L'ansia non chiede di essere capita. Chiede di essere sentita.
scritto da Joele Putignano

Perché cercare di spiegare l’ansia con il pensiero può alimentarla, e come tornare ad ascoltare il corpo.
L'ansia ha molti modi di far parte nella nostra vita.
A volte arriva senza bussare. Sei a letto, la giornata è finita, tutto intorno è tranquillo, eppure il cuore accelera, il respiro si accorcia, qualcosa nel petto si stringe. Non è successo niente, ma senz’altro “niente” è proprio l’ultima cosa che senti.
Altre volte ha un nome preciso, arriva inaspettatamente, dopo un lutto che ha cambiato il tuo mondo, dopo una separazione che ti ha tolto un punto di riferimento, dopo un'esperienza traumatica che il corpo non ha dimenticato. Oppure si accende sempre davanti alla stessa situazione: un ascensore, un aereo o una stanza piena di gente.
Che abbia un motivo chiaro o che sembri venire dal nulla, l'ansia porta con sé lo stesso disagio: qualcosa che vorremmo far finire il prima possibile. E così, quasi sempre, facciamo la stessa cosa. Cominciamo a pensare in cerca della causa.
È normale, il cervello è fatto così, è un calcolatore e così, beh.. inizia a calcolare, a mettersi in moto.
Se la causa non la vediamo, la cerchiamo o peggio la creiamo: perché mi sento così? Sarà il lavoro? Sarà quella discussione di ieri? Forse è quella cosa di anni fa che non ho mai risolto… Se, invece, la causa la conosciamo, ci giriamo intorno: se solo avessi fatto diversamente… se non fosse successo… perché proprio a me? Passa un'ora, poi due. La mente non si ferma. E l'ansia, invece di andarsene, è cresciuta.
Se ti riconosci in queste righe, voglio dirti una cosa: non c’è niente di sbagliato in te. La sensazione di “non funzionare bene” o di “avere qualcosa che non va” è ricorrente quando capita di essere immersi in uno stato ansioso, ma la verità più semplice è molto più spiazzante. Siamo esseri umani e sentiamo le emozioni. Stai facendo quello che quasi tutti facciamo quando l'ansia arriva. Stai cercando di risolverla con il pensiero. Ed è proprio lì che, senza accorgertene, la stai nutrendo.
Un sistema di allarme nato per proteggerti
L'ansia, nella sua forma naturale, è un'alleata. È il sistema che per migliaia di anni ha tenuto in vita i nostri antenati: davanti a un pericolo, il corpo si prepara a reagire. Il cuore pompa più sangue, il respiro accelera e i muscoli si tendono.
Il problema nasce quando questo allarme resta acceso più a lungo o più forte di quanto ci serva, che sia scattato per una ragione precisa o senza una causa visibile. Allora l'ansia smette di proteggerci e comincia a toglierci spazio. E si fa sentire su più piani insieme. La percepiamo nel corpo, con palpitazioni, respiro corto, nodo allo stomaco, tensione alle spalle e anche nelle emozioni, con inquietudine e una sensazione vaga di minaccia. La ritroviamo nei comportamenti, quando cominciamo a evitare situazioni, persone, luoghi e anche nella mente, dove prende la forma più subdola di tutte, quella che gli diamo noi: il rimuginio.
La trappola del rimuginio
Il rimuginio nasce da una convinzione che sembra ragionevolissima e piuttosto logica: se trovo la causa, l'ansia se ne andrà. E così la mente si mette al lavoro. Ripercorre la giornata, le relazioni, il lavoro, la salute, il passato. Passa in rassegna ogni variabile della nostra vita come un investigatore alla ricerca del colpevole.
Il punto è che questa ricerca non finisce mai. Ogni ipotesi ne apre un'altra. Ogni "forse è per questo" porta con sé un "e se invece fosse quest'altro?". E mentre la mente gira in tondo, il corpo riceve un messaggio chiarissimo: c'è un problema da risolvere, resta in allerta! E così il rimuginio, convinti che potesse spegnere l'allarme, finisce per tenerla accesa.
C'è anche un aspetto più sottile. Rimuginare ci dà l'illusione di fare qualcosa, di avere il controllo. In realtà, spesso, è un modo per non sentire. Finché siamo occupati a pensare all'ansia, non dobbiamo stare con l'ansia. La testa diventa un rifugio dal corpo. Ma è un rifugio che non protegge, anzi è il motivo della sensazione di stanchezza perenne dopo questi eventi.
E c'è una cosa che vale anche quando la causa la conosciamo benissimo. Chi ha perso una persona cara sa perfettamente da dove viene il proprio dolore. Chi ha vissuto una separazione sa quale giorno ha cambiato tutto. Eppure, ripercorrere mille volte quei momenti, chiedersi cosa si sarebbe potuto fare diversamente, rivedere ogni dettaglio, non alleggerisce. Conoscere il motivo non basta a far passare l'emozione. Rigirarci intorno con il pensiero, spesso, la trattiene.
Questo non vuol dire non curarsi di quella sensazione, al contrario, è necessario comunicare con lei allo stesso modo con cui lei fa con noi: le emozioni parlano il loro linguaggio, ma se noi rispondiamo con quello che usiamo normalmente (le parole e la logica) finiremo per non capirci. Per parlare con le emozioni bisogna conoscere la loro lingua. L'osservazione.
L'errore sta nella domanda
Ecco il cuore di tutto: l'ansia non arriva per essere identificata. Arriva per essere sentita. Come la tristezza, la rabbia, la gioia. Nessuna emozione chiede di essere spiegata per poter passare; chiede di essere attraversata.
Pensa a un'onda del mare. Puoi passare ore a chiederti da quale vento sia stata generata, a quanti chilometri di distanza, per quale motivo proprio oggi. Nel frattempo, l'onda ti ha già travolto. Oppure puoi fare l'unica cosa che conta davvero in quel momento: sentirla arrivare, lasciarti sollevare e aspettare che si ritiri. Perché ogni onda, prima o poi, si ritira. Ma non nel senso che smette di esserci, siamo solo noi che capiamo come nuotarci dentro.
Le emozioni funzionano così. Quando non le ostacoliamo, fanno il loro corso. Quando le analizziamo, le giudichiamo, le combattiamo o le razionalizziamo le teniamo in vita più a lungo di quanto servirebbe.
Questo non significa che le cause non contino. Un trauma, un lutto, una separazione, una fobia meritano di essere compresi ed elaborati, spesso con l'aiuto di un professionista. Significa che c'è un tempo per ogni cosa: il momento in cui l'ansia ci sta attraversando non è il momento delle spiegazioni. È il momento del sentire. Se continuiamo a ripercorrere un'esperienza attraverso la stessa lente di paura, possiamo finire per rinforzare proprio le interpretazioni e le associazioni che alimentano quello stato emotivo. La memoria, infatti, non è una registrazione immutabile e ogni volta che ricordiamo qualcosa ricostruiamo, almeno in parte, ciò che abbiamo vissuto fino a modificare anche le emozioni delle esperienze passate.
Dal "perché" al "dove": cinque passi per tornare al sentire
In PNL diciamo che la mappa non è il territorio: non reagiamo alla realtà in sé, ma a come la rappresentiamo dentro di noi. Il rimuginio è una mappa fatta solo di parole e ipotesi. Il sentire ci riporta al territorio: il corpo, qui e ora. Ecco come spostarsi dall'una all'altra.
1. Accorgiti che stai rimuginando. Il primo passo è semplicemente notarlo. Quando ti accorgi che la mente ha iniziato a cercare cause, dillo a te stesso con gentilezza: "Sto rimuginando." Non serve rimproverarti. Serve riconoscere la differenza tra pensare all'ansia e sentire l'ansia. Già questa consapevolezza crea uno spazio utile che quando ci si sente pronti, è possibile usare.
2. Cambia la domanda: non "perché?", ma "dove?". Invece di chiederti perché ti senti così, chiediti: dove la sento, adesso? Nel petto? Nella gola? Nello stomaco? Nelle mani? La domanda "perché" porta la mente nel passato e nel futuro. La domanda "dove" la riporta nel corpo, nel presente. E il presente è l'unico luogo in cui un'emozione può essere attraversata.
3. Descrivi, senza giudicare. Ora osserva quella sensazione come farebbe un curioso, non un giudice. Che forma ha? È pesante o leggera? Calda o fredda? Ferma o si muove? Ha un bordo preciso o è diffusa? Non stai cercando di mandarla via, anzi, la stai conoscendo. È sorprendente quanto una sensazione cambi quando smettiamo di combatterla e iniziamo a guardarla.
4. Usa il tocco e respira dentro la sensazione. Quando hai identificato la posizione, sorreggiti. Posiziona la mano aperta sulla parte del corpo che hai identificato e respira lentamente, puoi provare con la tecnica Slow-Paced Breathing ovvero 5 secondi di inspiro e 5 di espiro. Inspira lentamente dal naso, e immagina che il respiro arrivi proprio lì, nel punto in cui senti l'ansia. Poi espira, come se lasciassi a quella zona un po' più di spazio.
5. Lascia che l'onda faccia il suo corso. Resta con la sensazione. Nota come cambia, si sposta e quando ha terminato il suo messaggio si affievolisce. Se la mente riparte con le sue domande, va bene: riconoscilo e torna al corpo, senza fretta, tutte le volte che serve. Non devi fare nient'altro. L'onda sa già come tornare indietro.
All'inizio può sembrare strano, perfino spaventoso. Siamo abituati a pensare che sentire di più significhi stare peggio. Con la pratica, invece, si scopre il contrario. Ciò che sentiamo pienamente, passa. Ciò che evitiamo, resta.
Una nota di delicatezza: se la tua ansia è legata a un trauma, stare con le sensazioni può a volte riportare a galla ricordi o emozioni molto intense. In quel caso vai piano, apri gli occhi, appoggia i piedi a terra e guarda la stanza intorno a te. Non devi risolvere tutto in quel momento.
Quando chiedere aiuto
Questi passi possono fare molto, ma non sostituiscono un percorso professionale. Se l'ansia è frequente e intensa, se il rimuginio ti tiene sveglio notte dopo notte, se ti impedisce di lavorare o di vivere le tue relazioni, se compaiono attacchi di panico, o se dietro c'è un trauma, un lutto, una separazione o una fobia che senti di non riuscire ad attraversare, rivolgerti a uno psicologo o a uno psicoterapeuta è un atto di coraggio, non di fragilità. Gli strumenti che ti ho raccontato possono accompagnare quel percorso, non prenderne il posto.
Un ultimo pensiero
Abbiamo imparato a cercare risposte per tutto, e così trattiamo anche le emozioni come problemi da risolvere. Ma un'emozione non è un enigma. È un'esperienza. Non ti chiede di capire da dove viene: ti chiede solo di esserci, mentre c’è anche lei.
La prossima volta che l'ansia bussa, prova ad aprirle la porta e lasciarla entrare senza interrogarla, con un interrogatorio nessuno si sente a proprio agio, nemmeno l’ansia e non riuscirà a parlarti.
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